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Caso Lusi, il “contrappasso” della politica italiana. Qualcosa si muove…?

La legge del contrappasso, regola per cui la pena colpisce i rei mediante il contrario della loro colpa o per analogia ad essa, questa volta tocca i partiti politici, che hanno continuato a perpetrare il “peccato originale” della politica italiana, cioè la mancanza di una loro regolamentazione e responsabilità giuridica. E hanno continuato convinti che ci fossero solo vantaggi a perpetuare lo status quo; recentemente hanno invece visto il rovescio della medaglia e non è stato piacevole.

Caso Lusi - L’ex Tesoriere della Margherita ha ammesso di fronte ai magistrati di aver dirottato a fini personali circa 13 milioni di euro di fondi della partito. Lusi ha anche depositato al magistrato una bozza di fideiussione bancaria a garanzia della restituzione di 5 milioni alla Margherita, partito sciolto nel 2007 per confluire nel Pd, ma che continua a detenere un patrimonio e a percepire il rimborso elettorale (altra anomalia tutta italiana). Il senatore Luigi Lusi è stato espulso dal gruppo del Pd al Senato. Rutelli ha dichiarato: «Mi si dice ‘come fai a non vedere’? Il fatto è che c’è una cultura di partiti in cui il capo del partito è anche quello che ha la cassa, mentre la mia è una cultura fatta di passione e così quando hai instaurato tre livelli di controllo e succedono queste cose è evidente che sei stato fregato, che siamo stati ingannati. [...] Lusi ha avuto la fiducia piena mia ma anche di tutto il Pd.Vi sfido a dirmi se avete mai letto un resoconto dell’approvazione di un bilancio dei Ds, Lusi è peraltro un autorevole senatore Pd e non l’ho mica nominato io rappresentante nella giunta delle immunità.”

Il tesoretto di AN - Anche qui problemi su un patrimonio di 26 milioni di euro che ha scatenato una guerra tra pidiellini e finiani sulla sua gestione. Una nota del Pdl afferma di aver restituito ad AN, nell’agosto 2010, 3.750.000 euro da essa ricevuti in prestito per le regionali di quell’anno mentre Massimo Corsaro (pdl) afferma che 21 dei 26 milioni che mancano all’appello, «sono stati spesi quando la fondazione An era governata dalle figure facenti parte della segreteria personale di Fini». I finiani contestano a chi ha gestito il patrimonio An di averlo «messo a disposizione del Pdl». La sensazione è quella che si andrà avanti a colpi di carte bollate, smentite e sospetti.

Radicali - Maurizio Turco, attuale cassiere radicale, ha messo subito le mani avanti: «Il nostro caso è l’unico nella storia della Repubblica che ha visto arrivare prima il partito della magistratura. E ogni volta che la magistratura è arrivata si è trovata di fronte a dei partiti con dirigenti ingenui o distratti. Noi abbiamo controllato, appurato, denunciato».Quinto è stato per anni stretto collaboratore di Marco Pannella, ha scoperto recentemente che aveva messo a bilancio del partito multe, bollette, centri benessere, ristoranti, hotel e spese personali come sopravvenienze passive da parte del tesoriere. Ora il partito del segretario Mario Staderini ha pronta una richiesta di risarcimento nei confronti di Quinto di 230 mila euro.

Davanti a questi abbaglianti fatti, la politica non ha potuto voltarsi dall’altra parte; ne sono nate alcune proposte, più o meno serie, passiamole in rassegna:

Proposta Greco (procuratore aggiunto di Milano) – “Pubblicare i bilanci dei partiti su internet, dopo aver dato un incarico ad una società di revisione; una proposta destinata ai partiti di buona volonta’, che vogliano marcare con la trasparenza una differenza. Decidano di dotarsi di un’autoregolamentazione, senza aspettare una riforma dei partiti, attesa ormai da 60 anni”.

Proposta Turco (deputato radicale) – “Trovo metodologicamente sbagliato che ogni giorno ci si inventi qualcosa di urgente a seconda delle proprie private urgenze e convenienze. In Commissione Affari Costituzionali è già incardinato il dibattito sull’articolo 49 della Costituzione relativo alla democrazia interna ai partiti. Tutti i partiti hanno presentato una loro legge e prendono anche in considerazione il controllo dei bilanci. Sul punto noi siamo per istituire una sezione della Corte dei Conti che si occupi specificamente del controllo dei soggetti privati che percepiscono denari pubblici. Non c’è bisogno solo di controllare i bilanci, è innanzitutto urgente, necessario, indispensabile togliere i partiti alle oligarchie e restituirli agli iscritti. In Commissione Affari Costituzionali è in corso un lavoro organico, speriamo che riprenda il lavoro che si è bloccato nel mese di luglio.”

Proposta Bersani – Il Pd, scottato in casa propria, è stato “costretto” a presentare una proposta: ecco quindi una riforma dei partiti per l’attuazione dell’art. 49 della Costituzione («Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale»). Un testo a prima firma Bersani su cui hanno lavorato anche Castagnetti e il tesoriere Antonio Misiani.

La proposta di legge del Pd si articola nei seguenti punti:

  • I partiti diventano associazioni riconosciute con personalità giuridica (condizione per poter partecipare alle elezioni e accedere a rimborsi elettorali, agevolazioni e contributi pubblici
  • Partiti vincolati a paletti statutari per la concessione dei rimborsi elettorali (statuti pubblicati in Gazzetta Ufficiale)
  • Si riduce a 5 mila euro la soglia oltre la quale i contributi erogati ai partiti sono soggetti a dichiarazione congiunta mentre è obbligatoria la certificazione del rendiconto da parte di una società di revisione iscritta nell’albo speciale. Il controllo dei rendiconti sia sui partiti sia sulle sue articolazioni territoriali è affidato alla Corte dei conti. Se dall’esito del controllo emergono irregolarità, è prevista la decurtazione dei rimborsi elettorali.
  • Ogni partito deve indicare nel proprio statuto una serie di elementi volti ad assicurare il rispetto dei principi di democrazia interna e trasparenza (art. 3), tra i quali: organi dirigenti, modalità di elezione, durata degli incarichi, casi di incompatibilità, presenza paritaria di donne e uomini negli organi collegiali, presenza delle minoranze negli organi collegiali non esecutivi, criteri di ripartizione delle risorse finanziarie tra struttura nazionale e articolazioni territoriali.
  • Nello statuto dovranno essere presenti: limite massimo dei mandati elettorali e relativi a incarichi interni; il codice etico; l’attribuzione della rappresentanza legale a un tesoriere, la nomina di un comitato di tesoreria e di un collegio sindacale e l’attribuzione a una società di revisione della certificazione del rendiconto di esercizio.
  • Accedono ai rimborsi elettorali e a qualsiasi altra forma di finanziamento pubblico esclusivamente i partiti che rispettano i requisiti di democrazia interna e di trasparenza e abbiano ottenuto l’elezione di almeno un rappresentante sotto il proprio simbolo nelle relative consultazioni
  • Il 5% dei rimborsi elettorali è destinato alla formazione dei giovani alla politica.
  • Le primarie devono essere promosse dall’ufficio elettorale centrale nello stesso giorno per tutti i partiti e sono incentivate dal fatto che chi decide di non indirle subisce una riduzione del 25 per cento del contributo pubblico. È prevista l’anagrafe degli eletti.
  • I bilanci devono essere pubblicati sul web open data sul sito del partito e su quello della Camera in modo da garantire la massima trasparenza (e valutazione di dettaglio) anche da parte dei cittadini.

Proposta riforma Casini Molte le convergenze con il testo del PD, dal controllo dei bilanci da parte della Corte dei Conti ai criteri di democrazia interna. Quasi 12mln di fondi pubblici ricevuti nel 2010, donazioni private che sfiorano i 2mln e zero euro di resa da investimenti e proprieta’ nello stesso anno. Sono i dati del bilancio dell’Udc che il partito di Pier Ferdinando Casini ha già messo on line.

Un inizio, se non altro; la pubblicazione dei bilanci dei partiti già da subito può sicuramente essere uno strumento di “controllo” da parte dei cittadini verso i loro rappresentanti. Per quanto riguarda le proposte di riforma dei partiti chi vivrà vedrà, il fatto che si sia ammesso di avere un problema è già un grande passo avanti. Queste proposte sono effettivamente in Commissione ma tutti sanno che ciò non è garanzia di una loro veloce trasformazione in normativa, Tikkun Fenix® seguirà l’iter passo passo e ve ne renderà conto.

 
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Pubblicato da su 18 febbraio 2012 in Opinione Politica, Politica Nazionale

 

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La Casta difende i costi della politica, Bersani ci presenta i “suoi”

La recente (ed ennesima) discussione sui costi della politica è nata dalla pubblicazione dei dati della Commissione Giovannini che ha scatenato una grossa polemica e la conseguente puntuale difesa corporativa della Casta. Si è purtroppo rispettato ancora una volta il solito canovaccio fatto di frasi fatte e stereotipi, si è parlato ancora di auto blu, viaggi gratuiti, della scontatissima bouvette, perdendo di fatto un’altra occasione per capire dove fa riformata la politica di casa nostra.

La Commissione era nata dalla manovra per la stabilizzazione finanziaria (legge 15 luglio 2011, n.111) che prevedeva il livellamento retributivo Italia-Europa per i deputati e senatori (e per altri membri di vari organi costituzionale). La Commissione non è riuscita però ad individuare “la media ponderata rispetto al PIL dei trattamenti economici percepiti annualmente dai titolari di omologhe cariche e incarichi nei sei principali Stati dell’Area Euro riferiti all’anno precedente e aggiornati all’anno in corso sulla base delle previsioni dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo contenute nel Documento di economia e finanza”. Il documento conclude comunque che “Nonostante l’impegno profuso […] la commissione non è in condizione di effettuare il calcolo delle medie”; Si è quindi stabilito che l’indennità mensile (lorda) percepita dai parlamentari italiani è la più alta d’Europa mentre per i cosiddetti benefit  (viaggi o diarie, trattamento dei segretari o portaborse) non è possibile fare una comparazione, ma solo affermare che questi costi in altri Paesi sono molto più alti.

L’AGI ha riportato i dati più rilevanti del documento, qui divisi per voci:

  • i deputati italiani ricevono mensilmente 11.283 euro, contro i 7.100 euro della Francia, i 7.668 della Germania, i 2.813 della Spagna, gli 8.500 dei Paesi Bassi, i 7.374 del Belgio e gli 8.160 dell’Austria. Su questo punto gran parte della Casta si è ribellata affermando che queste cifre sono lorde e pertanto se si parla delle stesse cifre nette i parlamentari italiani sono sotto la media europea. Questi i primi commenti: Antonio Mazzocchi-PDL/”Stando ai dati della commissione Giovannini, i parlamentari italiani sono in Europa quelli che percepiscono di meno, non solo come somme da destinare ai collaboratori (3600 contro gli oltre 6000 della Francia e i quasi 15mila della Germania), ma come stipendio netto“; Giuliano Cazzola-PDL/i dati sono incompleti e alimentano una polemica fascistoide contro la casta“; Giorgio Merlo-PD/”Qual è la sua autorevolezza? Al di là della ormai nota, ripetuta e violenta propaganda contro il Parlamento, c’è un solo dato che purtroppo emerge. E cioè, la commissione Giovannini, formata da super esperti, ha snocciolato dati incompleti e inattendibili
  • Alta anche la diaria, che non tutti i paesi riconoscono: 3.503 euro, seconda ai 3.984 euro della Germania, ma molto piu’ dei 1.823 euro della Spagna e i 1.638 euro dei Paesi Bassi.
  • In piu’ i deputati italiani hanno 1.331 euro di rimborso per i trasporti
  • I deputati italiani hanno poi 3.690 euro al gruppo di appartenenza per le spese di rappresentanza, con cui pagare anche i collaboratori parlamentari.
  • Direttamente nelle tasche dei deputati vanno quindi circa 16.000 euro al mese, mentre i francesi si attestano sui 13.000 (anche se possono contare su 9.138 euro al mese per i collaboratori parlamentari) e i tedeschi sugli 11.600.
  • Quanto ai senatori italiani, percepiscono 11.555 euro al mese di indennita’ piu’ 3.500 euro di diaria, per un totale di circa 15.000 euro cui vanno aggiunti 4.180 euro si pese di segreteria al gruppo parlamentare e 1.650 euro per i trasporti.

Peccato che tutti dimentichino il dato più importante, cioè l’abnorme rappresentatività dei nostri parlamentari in relazione all’estensione del territorio italiano. Questi sarebbero i dati più importanti da tenere presente in vista di riforma della politica italiana: lasciando perdere competenze e mansioni l’Italia viene rappresentata da 945 parlamentari (esclusi presidenti emeriti della Repubblica e i senatori a vita) per un territorio di 301.340 kmq abitato da 60.742.397 persone; gli USA ne hanno solo 635 su una superficie di 9.372.614 kmq popolati da 308.745.538 abitanti (il rapporto fra deputati e cittadini USA è di 1:703.050, mentre da noi è di 1:95.325). Confrontando il “Bel Paese” con paesi europei più simili per estensione il paragone risulta comunque stridente: in Spagna 614 parlamentari su un territorio di 506.030 kmq 47.025.000 abitanti, in Germania 622 parlamentari su un territorio di 357.123,50 kmq  e 81.772.000 abitanti, in Francia sono 577 su un territorio di 675.417 e 65.447.374 abitanti; ci batte solo l’Inghilterra che ne ha 650 (quelli eletti democraticamente nella Camera dei Comuni) più 826 nella Camera dei Lords (a base ereditaria) su un territorio di 130 395km e 50 100 000 abitanti. Cifre che parlano da sole, un taglio dei nostri rappresentanti dalle prossime elezioni non è però di fatto nell’agenda del governo Monti, purtroppo.

Altra riforma fondamentale è però quella legata ai collaboratori degli italici onorevoli. Una vergognosa situazione per cui dai semplici portaborse ai ghostwriter, nessuna delle professioni della politica è regolamentata pur operando laddove si legifera. In più i parlamentari italiani (come si legge in questo articolo firmato Rizzo) sono gli unici i Europa a percepire una quantità di soldi dedicata alla retribuzione dell’assistente personale ma a non provvedere ad essa; i membri del Bundestag hanno diritto a una somma maggiore degli italiani ma in Germania i collaboratori personali vengono pagati direttamente dal Bundestag (Fidarsi è bene non fidarsi è meglio). Il risultato è che molti assistenti vengono pagati male e in nero (i collaboratori ufficialmente riconosciuti siano meno di un terzo dei deputati).  In Italia ogni mese i deputati spendono in spese di segreteria e rappresentanza circa 3.690 euro, una cifra sensibilmente inferiore ai 9.100 che i francesi spendono per i collaboratori. Diversa la situazione in Austria e Germania. Nel primo caso i portaborse sono dipendenti della Camera, mentre nel secondo vengono pagati dal Parlamento, per un totale di 14.700 euro.

Un tentativo in questo senso c’è stato recentemente: il Co.Co.Parl. (Coordinamento collaboratori parlamentari) ha chiesto al Presidente della Camera di attribuire ai deputati questo fondo per le spese dello staff (3690 euro al mese) condizionandolo però a un contratto di lavoro verso un collaboratore, come avviene nel Parlamento europeo sottolineando che “Nella sola Camera risultano essere circa 230 gli assistenti accreditati; ciò significa che ci sono 400 deputati che utilizzano il fondo per motivi diversi a quelli cui è destinato. Se l’erogazione di tale somma fosse invece vincolata all’instaurarsi effettivo di un contratto di lavoro fra deputato ed assistente, ad ora, la Camera avrebbe un risparmio netto di circa 17.712.000 euro». Ottima proposta perchè comporta il fatto che se un onorevole decide di non avere alcun assistente si risparmierà almeno il budget a disposizione per essi.

C’è un però, un cavillo strumentale usato dalla Casta a sua difesa: questo budget i parlamentari italiani lo intendono come finalizzato al “rapporto con il territorio”, cioè per chi lavora (segretaria, ufficio stampa, etc.) per mantenere i contatti con l’elettorato, senza però potere (ne volere) dimostrare il lavoro effettivamente fatto a questo scopo. Fatta la legge, trovato l’inganno.Come riporta  questo articoloIn altri Paesi europei non e’ cosi: in Francia è il Parlamento a pagare i collaboratori dei parlamentari: il deputato o il senatore indicano i nomi del proprio capo ufficio stampa, della propria segretaria, e il Parlamento provvede a fare un contratto e a pagare. Cosi’ sarebbe giusto fare anche in Italia. Auspichiamo con forza che presto arrivi una riforma in tal senso. Ne gioveranno le casse dello Stato, perche’ chi non avra’ collaboratori non fara’ spendere soldi all’Italia, e ne gioveranno anche tanti portaborse, ai quali oggi tocca lavorare in nero, per somme ridicole se non mortificanti, e senza alcun diritto garantito per legge”

Le ultime notizie fanno ben sperare: il piano dei questori di Camera e Senato è quello di trasmettere a metà gennaio un documento agli uffici di presidenza per ridurre la voce «Rapporto eletto-elettore», (i famosi 3.690 euro al mese): una parte della cifra (circa 2.000 euro) sarà trattenuta dalle amministrazioni di Camera e Senato che li useranno per pagare i collaboratori di deputati e senatori spesso «assunti» in nero o malpagati dagli onorevoli.

In questo contestopd, passeggiando per strada ci si può imbattere nell’ultimo manifesto by PD. Campeggia la faccia sorridente, anzi sorniona, del segretario Bersani che “ci presenta i suoi”. Al primo impatto sembra di vedere un quadretto familiare (il nipote, il cugino, etc), ma scartata questa ipotesi rimane comunque il dubbio. Sono suoi collaboratori (a questo punto vorremmo conoscere i loro contratti di lavoro)? sono semplici tesserati? simpatizzanti? l’elenco dei loro nomi (senza cognomi..non vogliono farsi riconoscere?) non aiuta a capire, anzi ribadisce l’anonimato di chi lavora per i nostri politici.

 
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Pubblicato da su 23 gennaio 2012 in Opinione Politica, Politica Nazionale

 

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Per una Riforma Elettorale Democratica: forse potremmo valutare il Sistema Elettorale Spagnolo

 

In Italia si parla spesso di riformare il sistema elettorale, citando ogni volta un esempio europeo: c’è chi vorrebbe un sistema “alla tedesca”, chi “alla francese”, chi “alla spagnola”. Proviamo ad analizzare un esempio geograficamente vicino come quello spagnolo, per capire davvero quali sono le sue caratteristiche e se davvero il sistema sarebbe praticabile a casa nostra.

SISTEMA ELETTORALE SPAGNOLO

In Spagna vige un sistema elettorale totalmente proporzionale, con limite di sbarramento al 3%. Il territorio spagnolo è suddiviso in 52 province e ciascuna rappresenta una circoscrizione, che elegge un numero ridotto di parlamentari (una provincia di media grandezza non ne può esprimere più di 10 da suddividere tra le diverse forze politiche). Sono perciò favoriti quei partiti che mantengono un forte impianto sul territorio o i partiti maggiori, cui resta comunque la possibilità di alleanza con le forze minori. Il sistema elettorale spagnolo si basa su due pilastri:

  • La proporzionale solo dentro ogni circoscrizione (senza che esse comunichino tra di loro, mettendo in comune i resti)
  • Un numero molto elevato di circoscrizioni, corrispondenti alle province, che sono 50.

Considerando che i deputati del Congresso (cioè della Camera che esprime la fiducia) sono 350, il numero di rappresentanti che si eleggono in ogni circoscrizione è molto basso (s pensi che in Italia si contano 945 parlamentari!). La media è di sette seggi.

Agisce pertanto uno sbarramento implicito molto consistente che, insieme, alla regola matematica per la conversione dei voti in seggi costituita dal metodo del divisore d’Hondt, tende a sovrarappresentare le formazioni più grandi a discapito di quelle più piccole. La soglia di sbarramento formale del 3% a livello circoscrizionale vale a escludere i partiti molto piccoli nelle circoscrizioni più grandi, come, ad esempio, quelle di Madrid e Barcellona. La soglia di sbarramento formale ha quindi effetti limitati,molto più incisivo è l’effetto degli altri elementi prima citati.

Tutto questo insieme di elementi avvantaggia i partiti più grandi. Ma, allo stesso tempo, non penalizza le formazioni regionali i cui consensi sono concentrati in specifiche circoscrizioni e consente alle formazioni nazionali capaci di superare la soglia del 3% in sede circoscrizionale di conseguire una rappresentanza parlamentare, sia pure di più ridotte dimensioni

È un bicameralismo imperfetto, composto da una Camera Bassa (Congreso de los Diputados), che è la sola che può dare o negare la fiducia al Governo, ed una Camera Alta (Senado) che concorre solo in via eventuale al procedimento legislativo e non può impedire in modo definitivo l’approvazione di una legge.

È evidente, pertanto, che tale modello garantisce da un lato stabilità dei governi e dall’altra ampia rappresentanza alle forze di carattere locale, molto presenti in Spagna.

SISTEMA ELETTORALE SPAGNOLO IN ITALIA?

Il sistema appare facilmente adattabile, dato che sarebbe sufficiente prendere le attuali circoscrizioni e frammentarle in tante circoscrizioni provinciali autonome. L’adozione di un tale sistema sarebbe fondata se fosse sentita l’esigenza di passare da un bipolarismo di coalizioni a un bipolarismo di partiti a vocazione maggioritaria.

fonti

  • Sistema Elettorale Spagnolo: 

http://vistidalontano.blogosfere.it/2007/03/legge-elettorale-il-sistema-spagnolo.html

http://w3.uniroma1.it/ceccanti/prospagna.doc

  • Sistemi Elettorali Europei:

http://www.ilsole24ore.com/fc?cmd=art&codid=21.0.2251846347&artType=Articolo&DocType=Libero

http://www.sferapubblica.it/dblog/Approfondimenti/Sistemi_elettorali_giusto.htm

http://www.bergamoliberale.org/attualita/Dossier/Sist-elett-CEE/Sist-elett-CEE.html

 

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Il Senso della politica italiana per il Social Network

Da un giorno all’altro, li scranni di Montecitorio si sono riempiti di professori, economisti, medici ed avvocati. La vecchia classe politica è passata dall’occupare la prima pagina dei quotidiani, a litigarsi uno spazio in terza o quarta, senza avere nemmeno il tempo di imbastire una reazione, di organizzare una resistenza. Il telefono ha smesso repentinamente di squillare, le presenze nei talk televisivi si sono rarefatte. Per evitare l’eclissi e mantenere un contatto con la base, molti degli esponenti della classe dirigente nostrana hanno individuato in internet un fedele alleato. Utilizzare i social network, facebook e twitter in primis, per mantenere un rapporto con i proprio elettori, strizzando l’occhio ai media. Del resto, twitter e facebook sono riconosciuti dalla politica di tutto il mondo come mezzi di primaria importanza nel comunicare con una fetta di elettorato in continua espansione: i giovani, certo, ma anche professionisti, intellettuali, insospettabili casalinghe. In un momento caratterizzato, soprattutto in Italia, dalla sfiducia verso i grandi mezzi di comunicazione, i social network sono identificati da molti come media “democratici, che non pongono filtri alle opinioni e rappresentano tutte le aree politiche. La classe dirigente nostrana si è affacciata con ritardo alle nuove piattaforme virtuali, ma sembra ben intenzionata a recuperare in fretta il terreno perduto. Notizia di pochi giorni fa: “Carfagna-Sarubbi, lite su Twitter”. Oggetto del contendere: l’accusa del Deputato PD che, tramite tweet accusa l’ex Ministro Carfagnarea di aver firmato la sua presenza in Commissione per poi uscire. Il sospetto del deputato PD è che si sia affacciata solo per conquistare una presenza in più ed evitare il taglio di 300 euro sulla diaria previsto per chi non ottiene il 50% delle presenze in Commissione. La risposta della Carfagna non si è fatta attendere: C’è un deputato che, invece di occuparsi di proposte serie, passa il suo tempo a fare gossip in rete”. Esplode la polemica. Il batti e ribatti tra i due raggiunge livelli altissimi: serve Sarubbi: Con Berlusconi abbiamo imparato che il concetto di gossip, per il centro destra, è piuttosto elastico”, risponde Carfagna: Il problema non è essere presenti o meno fisicamente, il problema è avere qualcosa da dire”. Conclude col botto il deputato PD: Ti prego non costringermi a risponderti, vai sul mio blog e prendi qualche idea”. La vicenda pare sopita, ma si attendono le prossime puntate…

Del resto, quello di litigare attraverso internet, trasformando i social network in moderne piazze di paese,  sembra essere una virus che ha contagiato la classe politica italiana a tutti i livelli. Qualche mese fa, il 15 Ottobre 2011, furono il Sindaco di Bari Michele Emiliano (PD) e Nuccio Altieri (PDL)Vice Presidente della Provincia a scambiarsi accuse al vetriolo tramite facebook. L’oggetto del contendere, riportano i giornali locali, è in questo caso la vice presidenza della Fondazione Petruzzelli “Negata dal Cda, con la regia (?) di Emiliano, al fittiano Altieri, che da ieri è il designato nell’ente per contro della Provincia di Bari”. Accusa Altieri: La verità sul Petruzzelli è che Emiliano ha paura che vengano scoperti i suoi altarini. Gestisce la Fondazione da Padre e padrone spendendo circa un milione di euro al mese per tenere il teatro chiuso! Rottamiamo Emiliano, è abituato a prendere in giro i giovani sfruttandoli per le elezioni!”. Il caso finisce sui giornali scatenando la polemica online tra le opposte fazioni. E che dire del Sindaco uscente di Genova, Marta Vincenzi che, durante la discussione in aula per l’approvazione del PUC ha offerto ai suoi followers di twitter la diretta “minuto per minuto” degli interventi dei colleghi, con tanto di commenti e pagelle. Una su tutte, la valutazione sul Consigliere Musso, definito “Falso come una moneta di latta rivestita di materiale luccicante”.

Una piazza virtuale dove potersi sfogareesprimendo giudizi che davanti a telecamere e microfoni è meglio tenere per sé, ma anche un utile megafono per amplificare la propria voce ed assicurarsi un posto al sole sulle home page dei principali quotidiani, questo sembra essere il senso dei social network per i politici italiani. Intanto, oltreoceano, il Presidente Obamaforte dei suoi oltre 24 milioni di “I Like” sulla propria pagina personale, lancia la sua campagna di rielezione proprio da Palo Alto, quartier generale di facebook, incassando i complimenti del cofondatore del “sito in blu” Chris Hughes, che lo definisce:“Colui che, più di ogni altro, ha compreso il potere della tecnologa”.

Molte volte, paragonando l’uso dei social network fatto dalla classe politica di casa nostra con quello ben più attento e strategico dei rappresentanti esteri, ci siamo chiesti: “Quand’è che i politici italiani capiranno finalmente l’importanza dei social network e cominceranno ad utilizzarli con metodo, come fanno in America e nel resto d’Europa?”

Leggendo le ultime notizie, pare che siamo stati ascoltati. Contenti?


 

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La promessa mancata di Tangentopoli – Lo sfogo (condivisibile) di Ferrara

Arduo, quasi impossibile, trovare oggigiorno qualche informazione vera sulla politica italiana, non parliamo ovviamente di quello che dicono i nostri politici (su questo siamo informati anche troppo, siamo stati al corrente anche delle loro conversazioni in privato), ma della particolarità che rappresenta la politica nazionale al confronto col resto del mondo civilizzato. Merce rarissima nei vari talk-show che pullulano nel palinsesto televisivo: Ballarò, PiazzaPulita, PortaaPorta, Matrix, chi più ne ha più ne metta: arene politiche dove vince chi urla più forte e non chi ha più competenza sul tema trattato nella puntata (quando ce n’è uno).

Quando si registra una frase veritiera che evidenzia realmente qual’è il per cambiare realmente la politica italiana, è quindi utile registrarla, al di là dell’empatia verso la fonte della dichiarazione (sia ben chiaro).

Raramente, come in questo esempio, si è mai sentito parlare in tv di “foundraising”, attività sconosciuta in Italia, dove regna ancora la perversa logica del clientelismo.

Vigileremo attenti sperando di trovare altre dichiarazioni sensate e intellettualmente oneste su cui ad oggi ci si imbatte con la stessa frequenza dei messaggi in bottiglia.

 
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Pubblicato da su 24 novembre 2011 in Opinione Politica, Politica Nazionale

 

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Si chiama Rajoy il dopo-Zapatero

E’ Mariano Rajoy il successore di Zapatero al governo spagnolo. La Spagna ha così voltato pagina dopo il settennato socialista. I Popolari hanno vinto nettamente le elezioni politiche tenutesi ieri: 44,55% dei voti, 186 seggi su 350 nel Congresso dei deputati. Brutta sconfitta per i socialisti, costretti ad indire elezioni anticipate su forte pressione dei mercati.

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Il partito socialista ha presentato il ministro degli Interni Alfredo Perez Rubalcaba un candidato tutt’altro che forte in quanto osteggiata dallo stesso Zapatero. Dall’altra parte Mariano Rajoy, leader del Partido Popular (centrodestra), già scottato in passato da due brucianti sconfitte contro Zapatero e quindi anche lui con un appoggio sempre minore dal partito.

Il vincitore - Rajoy (65 anni) è in politica dal 1981 come deputato regionale nel parlamento galiziano per Alianza Popular, partito conservatore postfranchista. Sono i due governi Aznar a dargli lustro. Rajoy diventa ministro della Cultura prima e ministro dell’Interno e portavoce del governo poi. Figlio di un giudice, 56 anni, anche lui laureato in giurisprudenza, e orgoglioso delle sue origini: «Mi sento galiziano fino alla punta delle dita», dice. Carattere pacato, solenne, noioso, per niente carismatico, insomma per nulla appetibile mediaticamente; lui risponde così: “Non sono nè vago nè indeciso, ma mi piace riflettere prima di agire”. “È importante ridare al nostro Paese il profilo mondiale che ha perduto – questo il suo messaggio nell’ultimo giorno di campagna elettorale – di una potenza che crea lavoro, di una nazione forte che era considerata nel mondo e alla quale nessuno poteva dire cosa fare”. Vicino ai movimenti religiosi e cattolici, ha tuttavia dichiarato di essere favorevole alle unioni civili omosessuali e al cosiddetto divorzio veloce così come alla sperimentazione sulle cellule staminali embrionali dimostrandosi così non succube ai propri sostenitori.
Analizziamo il suo sito web, strumento fondamentali nelle moderne campagne elettorali (tranne in Italia, dove si parla di Facebook come novità!): www.marianorajoy.es è esauriente e ha una buona usabilità: utile la pagina Agenda, una mappa dove sono annotati tutti i comizi tenuti nella penisola, e il Videoblog, piattaforma per lo scambio di materiale multimediale. Nulla di straordinariamente innovativo ma strumento utile per informare e raccogliere consensi. Slogan: “Partecipa al cambiamento”
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Lo sconfitto - Rubalcaba, sessantenne, ex professore di chimica dell’Università Complutense di Madrid. È stato ministro dell’Educazione, ministro dell’Interno e vicepremier del governo spagnolo. Il 27 maggio scorso è stato nominato dal Comitato federale del PSOE come candidato ufficiale alla carica di Presidente del Governo in vista delle elezioni politiche. A lui l’ingrato compito di difendere le politiche perdenti dell’ultimo governo socialista che ha imposto pesanti misure: taglio del 5% dello stipendio dei funzionari statali, congelamento delle pensioni, aumento dell’eta’ pensionabile. Ha puntato su 12 punti di programma tra i quali molti coraggiosi e innovativi tra cui: Piano di Occupazione Giovanile e programmi di integrazione lavorativa per disoccupati sopra i 55 anni, Legge di Incentivo alla creazione di nuove imprese, estensione dell’accesso all’educazione da 0 a 3 anni, Agenda Spagnola 2.0 per incentivare la società dell’informazione garantendo a tutti gli spagnoli l’accesso a Internet, riduzione della differenza salariale tra uomini e donne, obbligo entro 8 anni per le imprese di avere almeno il 40% di donne nei loro CdA, garantire un sistema sanitario pubblico, gratuito e universale.
Il sito www.rubalcaba.es ad una prima occhiata sembra troppo simile a quello del partito di riferimento; scelta discutibile dato lo scontento verso il partito socialista; sarebbe stato più logico puntare su un’immagine nuova e sulla discontinuità del candidato rispetto al precedente governo. Il minor tasso di usabilità viene mitigato in parte da due divertenti “trovate” contro l’avversario: una Mappa dei Tagli in cui sono segnalati tutti i tagli ai servizi nelle varie regioni governate dal PP e Il Programma occulto di Rajoy dove si trova un citofono al quale suonare per sapere gli interventi negativi che Rajoy intenderà attuare. Slogan “Combattere per ciò che si vuole”

In piena tempesta la pacatezza di Rajoy (confusa da molti per mediocrità e ambiguità) ha evidentemente convinto l’elettorato iberico: la Spagna ha infatti di fronte a sé dure politiche di austerità imposte dai mercati che inasprirà il malcontento sociale. Non si ferma infatti il movimento degli ”indignados” (che hanno invitato a votare scheda bianca o nulla). In Spagna il tasso di disoccupazione supera il 21% (46% tra i giovani) e la recessione è dietro l’angolo. Molti commentatori hanno sottolineato infatti che le elezioni non le abbia in realtà vinte nessun partito, ma la crisi economica.

 
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Pubblicato da su 21 novembre 2011 in Opinione Politica, Politica Europea

 

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“Donnez un nom au changement” – le primarie socialiste francesi

Cosa accadrà nell’anno 2012? Per i  Maya è la fine del mondo, mentre i francesi saranno chiamati (aprile-maggio) alle urne per le prossime elezioni presidenziali. Circa tre settimane fa il primo passo per i socialisti con il primo turno delle primarie di partito: 6 i candidati della gauche che si sono presentati alle primarie.

Ma chi sono stati i due finalisti? Martine Aubry (61 anni) rappresenta il socialismo francese, segretario del partito e sindaco di Lille, definita la femme ambisieuse, grintosa e tenace, famosa per avere firmato la legge delle 35 ore ampiamente discussa dagli industriali e dagli altri partiti di destra. François Hollande (57 anni) è invece l’uomo nuovo della politica, il moderato, definito generalista della politica, inesperto per i più maligni delle più alte cariche del governo, ha scelto due concetti chiave per la sua campagna “solidarietà” e “speranza” di unificare la litigiosa sinistra francese.

Come ha scritto il giornalista Eric Dupin nell’articolo “Aubry-Hollande : deux approches opposées de la politique” i due sfidanti hanno avuto due approcci all’avventura elettorale completamente diversi:

Hollande è il prodotto di una lotta elettorale testarda per vincere nelle terre di Chirac, ha iniziato la sua carriera politica come “conseiller du prince” all’Eliseo. E’ un generalista della politica, ma sensibile e attento alle decisioni del governo Jospin.Hollande ha imparato l’arte del compromesso, ama gli incontri con il pubblico e ci gioca, amico dei media.

Aubry è radicata al partito e alle sue esperienze passate senza portare una prospettiva di cambiamento, la sua azione politica è iniziata occupandosi dei diritti dei dipendenti. Ex Ministro del lavoro, si definisce “specialista della politica sociale”. Sui media questo il suo giudizio: “Detesto il circo mediatico, non sopporto le manie dei giornalisti politici indifferenti ai problemi reali.”

La campagna della Aubry è stata infatti più tradizionale, sviluppata secondo la sua esperienza da socialista, affermando che le priorità presidenziali devono essere l’occupazione, l’istruzione e la sicurezza. Hollande invece è stato capace di riunire e mediare sulle esigenze più estreme basando la sua campagna elettorale sull’idea di essere un “presidente normale” vicino ai francesi e privo di quel protagonismo che caratterizzerebbe Nicolas Sarkozy.

Esito abbastanza scontato quindi la vittoria del più moderno e moderato Hollande. Chiamato “l’uomo della sintesi”, nella dichiarazione della sua vittoria il “piccolo Mitterand” non ha scelto nessuna frase d’effetto, nessuno slogan, ma ha dichiarato “Non posso combattere da solo, ho bisogno di un partito unificato…sono l’uomo dell’unione”.

Da adesso in poi ripartono le campagne elettorali: fra circa 200 giorni i francesi saranno chiamati a votare per scegliere il 24esimo presidente della repubblica.

 
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Pubblicato da su 24 ottobre 2011 in Opinione Politica, Politica Europea

 

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Per una Nuova Politica della Res Publica : Separazione delle sfere d’influenza tra Passione e Professionalità

Preparare una nuova classe dirigente politica non significa solo riproporre un vademecum di nuova ideologia politica di partito sulla base del ricordo della prima repubblica. Il mondo è cambiato, l’elettorato è cambiato e tutti noi cittadini abbiamo bisogno diAmministratori Capaci ad amministrare la Cosa Pubblica“.Non è richiesto avere “politici di professione” ma professionisti capaci di supportare i vecchi e nuovi politici ! Nel resto del Mondo esiste chi con professionalità senza bisogno di colorazione politca propone una formazione in marketing politico per tutte quelle professioni necessarie alla politica. In Italia non esiste nemmeno il riconoscimento di ciò come si può pensare di creare una nuova politica senza porre sane e robuste basi come avviene nel resto del mondo? Per questo credo sia ora di vedere la politica non più come hobby ma come una cosa seria!

Il politico può non essere un professionista della politica, ma per garantirgli la possibilità di amministrare e lavorare bene ha bisogno di persone competenti … oppure vogliamo continuare a vedere politici che contorniati da incomepenti che evidenzano solo le lacuni e l’approssimazione del “fare politica”? Amministrare la “Cosa Pubbica” significa fare politica ... anche il chirurgo professionista ha bisogno di un team esperto e capace per poter operare con beneficio del paziente. Le scelte politche impattano direttamente sulla vita di ogni cittadino… ricordando che anche i politici sono “cittadini”. Ecco perchè le professioni della politica riconosciute in tutto il mondo determinao solo maggior senso di responsabilità per chi si presta a garantire e migliorare “il Bene Comune“…mentre ancora in Italia le stesse professioni non vengono riconosciute per fare solo spazio al riciclo di ex politici ed amministratori pubblici… credo sia opportuno quindi dividere la passione politica (sano viatico di una vitale vita democratica) dalle professioni della polita (strumenti per migliorare il fare politica con etica e maggior responsabilità)!

Per una nuova politica di informazione e comunicazione peLa separazione necessaria della Passione Politica dalla Professione Politica per una nuova ResPublicar un migliore dialogo con i cittadini c’è bisogno di una più consapevolezza di chi vuole amministrare e governare ed una più democratica e viva informazione pubblica. Se un uomo o una donna decide di fare politica, smette gli abiti privati ed indossa gli abiti pubblici perché, il suo dovere è quello di  rappresentare e difendere gli interesse degli elettori. La privacy è un diritto di tutti ma, per un politico ciò comporta avere un’etica ed una morale politica più forte di tanti altri.

SI CHIEDE ETICA E MORALI ALL’INSEGNANTE, AL MEDICO, ALL’IMPRENDITORIE, IMPIEGATO , PROFESSIONISTA … A TUTTI PERCHÉ QUINDI NON AI DIRIGENTI POLITICI? 

Siamo tutti cittadini che, una volta eletti si incaricano di amministrare per il bene comune ma, non si perde quindi mai lo stato di “cittadino”… “cittadini” eletti  da altri “cittadini” Pertanto non esistono differenze di diritti o di dovere se non di responsabilità per quei “cittadini” eletti nei confronti di tutti gli elettori che li hanno eletti ossia “Noi i Citadini Italiani”…”We the People”!

 

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Partiti Politici: L’Anomalia Italiana

“Cos’è un partito politico?” Immaginate di essere seduti alla cattedra, di fronte al professore di diritto, durante un esame. Supponiamo che questa sia la domanda a cui siete chiamati a rispondere: “Cos’è un partito politico in Italia? Come lo si definisce e quali sono le sue caratteristiche principali? Quali sono i vincoli legali che è chiamato a rispettare e quale la sua copertura legislativa?” Sapreste rispondere a questa semplice domanda?

Proviamo a cimentarci nell’esperimento. Partiamo, ovviamente, dalla legge fondamentale del nostro Stato.

La Costituzione Italiana non fornisce una definizione puntuale di cosa si debba intendere per “Partito politico”, ma nomina comunque queste entità all’articolo 49, quando dichiara che:

  • “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale“.

La stessa Costituzione, all’articolo 17 dettava:

  • “I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale”.

Dunque, la Costituzione Italiana si limita a riconoscere l’esistenza dei partiti politici ed a prescrivere un ordinamento competitivo, all’interno del quale essi possano concorrere per ottenere la possibilità di governare. Il “metodo democratico” dell’art 49 è stato interpretato, nel tempo, come semplice divieto ad adoperare tecniche violente per ottenere il potere e non come obbligo, per ogni partito, di dotarsi di una struttura interna  democratica, che garantisse a tutti gli associati una uguale partecipazione alla sua attività. In nessuno degli articoli costituzionali è previsto che i partiti abbiano personalità giuridica. Essi sono quindi considerati semplici associazioni di fatto.

La regolamentazione delle associazioni non riconosciute è demandata, in Italia, al Codice di Procedura Civile che, all’art 36, prevede:

  • “L’ordinamento interno e l’amministrazione delle associazioni non riconosciute come persone giuridiche sono regolati dagli accordi degli associati. Le dette associazioni possono stare in giudizio nella persona di coloro ai quali, secondo questi accordi, è conferita la presidenza o la direzione.”

Saranno, quindi, necessari semplici “accordi tra associati” per determinare l’ordinamento interno del partito con l’unico limite di non perseguire finalità contrarie ai dettami costituzionali (cioè finalità illegali, come razzismo, discriminazione, ricostituzione del dissolto partito fascista). Inoltre, la perseguibilità penale non riguarderà l’associazione tutta ma solamente il proprio presidente.

La situazione ci sorprende: come può un partito, chiamato a delineare l’indirizzo politico del nostro Paese, essere trattato alla stessa stregua di un’associazione di quartiere? Molti sono state, negli anni, le occasioni di dibattito circa la necessità di colmare questa lacuna. Citiamo, in particolare, l’On. Moro, che dichiarò: “il riconoscimento della funzione costituzionale dei partiti presuppone la soluzione del problema della personalità giuridica che ad essi non è stata ancora riconosciuta, ma mai è stato posto un rimedio ad una situazione forse troppo conveniente ai partiti stessi per pensare ad una soluzione” o l’On. Dossetti, secondo cui: La prima Sottocommissione ritiene necessario che la Costituzione affermi il principio del riconoscimento giuridico dei partiti politici e delle attribuzione ad essi di compiti costituzionali”). Ma mai si è giunti ad una soluzione definitiva. Perché? Davvero la situazione è “troppo conveniente” ai partiti per potersi auspicare che proprio loro la risolvano?

Proviamo a rispondere alla supposizione dell’On. Moro. In Italia, un’associazione con personalità giuridica è tenuta, tra le altre cose, a:

  • Regolamentare e rendere pubblico ogni rapporto di collaborazione con soggetti terzi, stipulando con essi  regolari contratti
  • Realizzare un bilancio annuale pubblico e completo, nel quale sia dichiarata ogni attività svolta ed il conseguente corrispettivo
  • Essere soggetta a studi di settore, norme circa la sua istituzione, dissoluzione ed eventuale fallimento
  • Essere perseguibile penalmente

Le semplici associazioni di fatto, invece:

  • non hanno l’obbligo di redigere un bilancio, né di  stipulare contratti di lavoro. E’ infatti possibile demandare queste mansioni agli associati, che agiscano  in regime di volontariato.
  • Possono essere fondati e dissolti partiti in totale libertà, senza che ciò preveda di seguire alcun protocollo.
  • La perseguibilità penale di un’associazione non riconosciuta è circoscritta alla persona del Presidente. I partiti Italiani non sono perseguibili penalmente.

Lasciamo alla vostra intelligenza il difficile compito di trarre le conclusioni circa l’effettiva convenienza, per i partiti italiani, al mantenimento dello status quo.

Ma c’è un aspetto ancora più sconvolgente riguardo la regolamentazione dei partiti italiani e cioè la sua totale anomalia nel panorama continentale. Quasi tutti gli Stati membri dell’Unione Europea e l’Unione stessa, infatti, inquadrano i partiti politici come soggetti possessori di personalità giuridica.

  • In Spagna, la Ley Organica 6/2002 prevede che la fondazione del partito sia formalizzata attraverso un atto costitutivo pubblico che deve contenere i dati dei componenti, gli organi direttivi, la denominazione e lo statuto del partito. L’iscrizione dell’atto di fondazione e degli statuti nel Registro dei partiti politici istituito presso il Ministero dell’interno conferisce al partito personalità giuridica. (Los partidos políticos adquieren personalidad jurídica por la inscripción en el Registro de Partidos Políticos)

La disciplina dei partiti politici rappresenta, dunque, l’ennesima anomalia italiana, figlia della mancanza di responsabilità della classe dirigente, chiamata più volte a risolvere il problema, ma mai realmente intenzionata ad abbandonare i benefici che la situazione attuale prevede. Ad oggi, ogni partito ha la possibilità di gestire le risorse finanziarie di cui dispone in totale libertà, senza dover rendere pubblico il proprio bilancio. Non è perseguibile penalmente e può permettersi di mantenere gran parte dei propri collaboratori in regime di lavoro sommerso. Perché cambiare?

Mentre l’Europa vira in direzione di una sempre maggiore trasparenza nel rapporto tra i rappresentanti politici e l’elettorato, la classe politica italiana si conferma incapace di abbandonare la propria atavica miopia, scegliendo per il mantenimento di uno status quo sempre più incompatibile con le richieste di pubblicità e trasparenza espresse a più riprese dall’Unione Europea. (citiamo, a proposito, il documento Linee Guida Sulla Regolamentazione dei Partiti”, redatto da OCSE/Odhir e Commissione di Venezia e firmato dall’Italia, nel quale si legge “Legislation should provide specific details on the relevant rights and responsibilities that accompany the obtainment of legal status as a political party” e anche “As a result of having privileges not granted to other associations, it is appropriate to place certain obligations on political parties due to their acquired legal status. This may take the form of imposing reporting requirements or transparency in financial arrangements.”). Scegliendo di mantenere in vita l’ennesima anomalia italiana.

 

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Il caffè “corretto” di Penati, la casa di Tremonti e la sede “regalo” per Fli

«Mi offriva un caffè e capivo di dover portare mazzette di 20 mila euro»

TREMONTI: CASA? COMMESSO ERRORI, NON ILLECITI

SECOLO XIX: “SEDE FLI REGALO DI UN AFFARISTA INDAGATO. FUGA DI ISCRITTI, SOTTO ACCUSA I RAPPORTI TRA IL SEGRETARIO NAN E L’IMPRENDITORE NUCERA”

Chi non ha peccato scagli la prima pietra? …di questi giorni non si rischia certo di essere “lapidati”!

I tre articoli sopra citati dimostrano come la “questione morale” sta investendo tutta la politica italiana in maniera trasversale. Certamente non bisogna cadere nella demagogia e nel populismo generalizzando ma tutte le ultime notizie hanno di fatto alcuni punti in comune. Ad esempio la reazione che i protagonisti (colpevoli o vittime lo deciderà la magistratura) mostrano in seguito alla pubblicazione di vicende “poco chiare” sono molto simili. Sono gli stessi interessati che si affannano a cercare spiegazioni o giustificazioni accalorandosi non poco nella propria autodifesa. In questi momenti di “crisi” non dovrebbero essere i protagonisti a parlare direttamente ma magari un portavoce che, di concerto con l’interessato, riuscirebbe ad intervenire obiettivamente analizzando “a freddo” la situazione e stilando una conseguente strategia di gestione del momento (crisis management).

Leggiamo invece dichiarazioni alquanto incomplete e discutibili  come nel caso di Tremonti (” ho fatto una stupidata / non ho bisogno di rubare “), di Penati (“Ribadisco la mia totale estraneità ai fatti / Non ho mai preso soldi da imprenditori”) o di Nan (“l’accordo con Nucera è un fatto privato / ho sempre agito nell’interesse del partito”)…tutte dichiarazioni che possono essere oneste ma che è meglio evitare prima di conoscere tutto il materiale raccolto dalle indagini ed essere poi costretti a fare “retromarcia”.

Dopo la sorpresa e lo sdegno la politica nazionale però non propone quasi mai delle soluzioni concrete per evitare questo tipo di situazioni imbarazzanti. Nei giorni scorsi tuttavia Bersani ha lanciato una campagna “sulla sobrietà e la trasparenza della vita politica” avanzando alcune proposte.

La drastica riduzione del numero dei parlamentari (che però non garantisce assolutamente una più ferrea moralità della classe dirigente politica nostrana), la riforma della legge elettorale (questa invece fondamentale per poter restituire ai cittadini il potere di scegliere i propri rappresentanti), rigide norme sull’incompatibilità (intervenendo fin da ora sui doppi incarichi anche dello stesso PD?), una legge che vincoli il finanziamento pubblico ai partiti al rispetto di procedure democratiche interne (di difficile attuazione, si tratterebbe di semplici codici di autoregolamentazione non vincolanti) e alla trasparenza dei bilanci (una vera e propria chimera ma imprescindibile per restituire credibilità, ancor più dei demagogici tagli ai costi della politica).

Non si può che ribadire il fatto che “Fare Politica non è un lavoro sporco se fatto secondo regole e nella massima trasparenza e serietà”…altrimenti attenti a chi vi offre il caffè!

 
 
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